Philippe Dutilleul, Giornalista per la per la RTBF (Radio Televisione Belga di lingua francese)

 

I ciarlatani della salute, i falsari dello psichismo, i « terapeuti » devianti, auto-proclamati, costituiscono altrettante sfide che la società moderna mondiale deve affrontare. In Europa e negli altri continenti. 

Si tratta di veri e propri predatori che esercitano, molto spesso impunemente, l’arte ormai consumata della manipolazione delle menti in cambio di compensi importanti, al prezzo di un vero e proprio inganno intellettuale (ossia di un lavaggio del cervello), dividendo il nucleo familiare, sottomettendo completamente i « pazienti » alle proprie teorie esoteriche e pratiche settarie. Nel caso non la pensaste come loro, sarete « condannati », non potrete scappare!

Proporrò il mio proposito dal punto di vista del giornalista documentarista (investigativo) e del realizzatore quale sono presso la RTBF (la Radio- Televisione statale Belga e Francofona). In altre parole, la sfida è la seguente: in che modo far comprendere all'insieme dei telespettatori-cittadini il pericolo rappresentato da questi truffatori che agiscono spesso  in rete? 

Può capitare a tutti, in un dato momento della vita, di sentirsi più fragili a causa di un insuccesso professionale, familiare, affettivo, di un problema di salute, con ripercussioni più o meno gravi sull’equilibrio psicologico e mentale. Di conseguenza, si corre il rischio di diventare potenziali bersagli di questi abili predatori che sanno, inoltre, adattare molto bene i loro discorsi tentacolari alle mode del momento. È evidentemente il caso con alcune medicine, cosiddette dolci, parallele o alternative, molto in voga rispetto alla medicina classica, accusata (dai ciarlatani) di essere  la causa di tutti i mali.

I media in generale, in particolar modo la televisione, che raggiunge un maggior numero di persone alla volta, hanno un ruolo importante da svolgere nella denuncia delle deviazioni settarie in genere, quelle che si riferiscono soprattutto alla salute degli individui.  Dobbiamo intraprendere azioni pedagogiche e adottare misure di sensibilizzazione, fornire, praticamente, un servizio utile, denunciando in maniera energica ed efficace questi individui potenzialmente pericolosi. Il che presuppone che si sia consapevoli del problema, del pericolo e pronti a denunciarlo.

Per limitarsi alla televisione, strumento mediatico in cui lavoro, è possibile simbolicamente creare una situazione tipo attraverso uno scenario da fiction – ad esempio un telefilm – attorno a questa tematica, in modo da sensibilizzare le persone. Ma con il rischio che una finzione – anche se ben realizzata – appaia (abbastanza) lontana dalla realtà. Si rischia in parte di mancare l’obiettivo della denuncia e del risveglio dello spirito critico del telespettatore.  

Ragion per cui, per quanto mi riguarda, ho scelto la forma del reportage che sia il più sconvolgente possibile in un mondo televisivo molto concorrenziale (dato essenziale da considerare oggi) non sempre molto attento alla qualità delle produzioni diffuse, a patto che l’ascolto sia all’altezza delle aspettative…

Ragion per cui, aggiungo, ho atteso quasi due anni prima di venire a conoscenza di una storia esemplare (quella della mamma di Nathalie De Reuck che quest’ultima vi esporrà in dettaglio) dopo essere stato sensibilizzato da un amico realmente consapevole del problema, vittima anche lui nella sua cerchia di questi terapeuti devianti.

Tre condizioni mi sembrano necessarie per realizzare un film di questo genere, avente lo scopo di denunciare il fenomeno settario e di sensibilizzare un vasto pubblico. 

1)      Una fonte o una delle fonti d’informazione affidabili, con cui instaurare un rapporto di fiducia reciproca. Si tratta della condizione preliminare e senza dubbio la più difficile da ottenere per un giornalista. Insisto particolarmente su questo punto dinanzi al pubblico. In assenza di informazioni originali ed inedite ottenute sul campo, di documentazioni rigorose e senza testimoni pronti a parlare, non ci potranno essere né reportage, né film documentari che denuncino questi fenomeni settari. Ho avuto la possibilità di incontrare persone ben informate e coinvolte dal problema, che hanno collaborato senza secondi fini e contro partita al mio lavoro, fornendomi informazioni interessanti.

2)     Un esempio, una storia capace di colpire le menti, per la sua forza, per il suo contenuto – che provoca discussioni e riflessioni per la sua singolarità – ciascuno si sente coinvolto e comprende le poste in gioco. Per l’esempio scelto disponevo del materiale umano e audio/visivo (archivi sonori, foto, film amatoriali) che hanno permesso di affezionarsi ai personaggi e di raccontare una storia molto realista (che Nathalie De Reuck, la figlia della vittima, svilupperà con le relative conseguenze), risvegliando emozioni ed interrogativi.

3)     La collaborazione totale, o della vittima (nel caso fosse ancora viva e disposta a testimoniare), o della sua cerchia (nel caso la vittima fosse deceduta) al progetto del reportage o del film documentario. È stato il caso di Nathalie De Reuck, per quanto riguarda il film che abbiamo realizzato insieme sulla mamma deceduta tre mesi prima dell’inizio delle riprese (titolo del film : «Morte biologica su ordine telefonico»).

Secondo il mio umile parere, al fine di conferire maggiore impatto a una tale produzione, non è necessario che il giornalista/realizzatore interpreti a turno il ruolo di saccente, di moralizzatore, che spieghi come bisogna pensare. È la storia stessa, raccontata, mostrata nel suo contenuto, che deve convincere i telespettatori e renderli consapevoli del pericolo che le sette rappresentano. Non un discorso ideologico, ma esempi concreti che generano la riflessione, la discussione e un riflesso di difesa nei confronti di una situazione di questo tipo nel momento in cui la si dovrà affrontare. In tutti i casi, questo è stato il mio atteggiamento in questo film.

Oltre alle tre condizioni enunciate poc’anzi, altri ostacoli si ergono sulla strada del giornalista televisivo, in numero inferiore rispetto a quelli che in genere deve affrontare il giornalista della stampa scritta o della radio, per realizzare un reportage su tale argomento. C’è bisogno di immagini, la cui forza e veridicità sono determinanti. Molto spesso, bisogna ricorrere, o alla telecamera nascosta (dato che l’ambiente dei terapeuti/praticanti settari non vede generalmente di buon occhio l’arrivo di un’equipe televisiva per filmare le loro sedute collettive/individuali di formazione/di manipolazione), o all’anonimato delle persone intervistate per ragioni di sicurezza o perché sono esse stesse a richiederlo per motivi personali. In caso contrario, non si ottiene nulla e non è possibile realizzare un film!

Tali costrizioni sono normali in questo genere di ambiente e di inchieste. Bisogna dunque tutelarsi con il massimo delle garanzie giuridiche per la diffusione del reportage, dato che il minimo errore viene sfruttato da questi predatori/manipolatori al fine di ottenere, dinanzi ai tribunali,  un risarcimento per un danno subito e/o il divieto della sua diffusione. Il diritto all’immagine è sempre più restrittivo e la giurisprudenza è molto mutevole in questo campo. In tutti i casi, la prudenza è d’obbligo e si consiglia di ricorrere al parere di giuristi competenti.

Nel film in questione, se le registrazioni sonore realizzate dalla vittima (la mamma di Nathalie De Reuck) durante gli incontri con i suoi terapeuti (a loro insaputa), non costituiscono una prova giuridica in sé, rappresentano ciò nonostante un elemento rilevante di attendibilità, che gioca a favore della vittima a discapito del suo guru/terapeuta, riducendo la possibilità di ricorso dinanzi ai tribunali.

Quando il prodotto audiovisivo è terminato, pronto per essere diffuso, il giornalista/realizzatore è ancora lontano dalla vittoria, dato che deve convincere i direttori dell’emittente a trasmettere il film secondo adeguate condizioni di trasmissione (giorno, ora, rotazione) con  lo scopo che sia visto dal maggior numero di telespettatori. Non dimentichiamo che la concorrenza è spietata tra le reti televisive pubbliche e private. Questo tipo di film, seppur dal contenuto forte e interessante, non sarà necessariamente trasmesso ad un orario in cui l’indice di ascolto è al massimo e non è detto che verrà acquistato da altre televisioni.

Aggiungo che, direttamente o indirettamente, alcune teorie pseudo-scientifiche e settarie riescono, molto abilmente, ad aver libero accesso ad alcune trasmissioni radio-televisive popolari o maggiormente seguite e sono lodate da presentatori senza scrupoli o da terapeuti che agiscono essi stessi in completa libertà ed impunità.  Su Internet, è ancora peggio, luogo privilegiato e molto apprezzato da questi ciarlatani, dove scaricare le loro false teorie.  Ma allo stesso tempo una fonte d’informazioni per noi !   

Ecco la ragione per cui, quando si dispone di un dossier approfondito e di una serie di altre informazioni adatte alla divulgazione, non bisogna esitare – anche se ciò richiede molto lavoro – a completare il film con un libro o con una serie di articoli nella stampa scritta. Proprio quello che è stato fatto nel caso in questione con l’uscita di un libro dal titolo « Mia mamma è stata uccisa!» della casa editrice Buchet-Chastel, che riprende gli elementi presenti nel film, ma che non si ferma alla denuncia di questi terapeuti/ciarlatani, alla storia in sé, alle informazioni divulgate, restando accessibile a un vasto pubblico.

Per riassumere, direi che « il gioco vale la candela » nonostante questa inchiesta (che non è finita, poiché si sta pensando insieme a Nathalie di realizzare un altro reportage su questo tema) abbia assorbito molto tempo ed energie. Tuttavia, nessuna causa, per quanto giusta possa essere, è vinta in anticipo. Soprattutto quella in questione. Poiché non potrete mai impedire a nessuno di rivolgersi a questo tipo di terapeuti e di farsi convincere (ognuno è libero di farsi curare come preferisce) soprattutto se, inoltre, regna un’impunità giudiziaria nei casi gravi. Il caso sviluppato nel film e il libro sono ugualmente esemplari da questo punto di vista, dato che la figlia della vittima (Nathalie De Reuck) ha deciso coraggiosamente di sporgere denuncia (pochi lo fanno per mancanza di prove in generale, di denaro o di sostegno) presso la Procura di Bruxelles. Speriamo che i poliziotti ed i giudici svolgano correttamente il proprio lavoro….

Gennaio 2010.

Tournai. Belgio